Ho perso un amico

Ho perso un amico

Per lui la gente usava tanti nomi: Oungan, Hounsì, Papalò, Papà Bondiyè; quasi nessuno lo chiamava con il suo vero nome Francié, troppo il rispetto – o forse un malcelato timore – per ciò che nel villaggio rappresentava: il sacerdote di Gran Met, la più alta divinità del Voodoo, Dio stesso.

Era un omone alto, possente ma al contempo, con il suo eterno sorriso ad addolcirne il volto, trasmetteva serenità, calma, compostezza.

Da buon haitiano non ha smentito la statistica della vita media – 45 anni – e si è spento all’improvviso, una mattina, a 43 anni. A chi, come me, chiedeva perché era morto la risposta giungeva lapidaria e netta: maladie. Se provavi a cercare di capire di più ed insistevi: “si, ma quale maladie” la risposta era una leggera alzata di spalle ed una sola parola di conferma “maladie”.

Era un orologio: dopo mangiato, tutti i giorni alla stessa ora, attraversava il ponticello e si sedeva all’ombra di un grande mango ad osservare il cantiere; silenzioso, solitario, immobile.

All’inizio era per me solo uno dei tanti haitiani curiosi che spesso ci stavano ad osservare poi, piano piano, il suo atteggiamento mi ha colpito. Non ciarlava come gli altri, non indicava commentanto. Osservava più che guardare curioso, non eravamo, per lui, un diversivo in un caldo e noioso pomeriggio ma piuttosto – come ho saputo poi – ai suoi occhi stavamo rappresentando ciò che non era prima: la voglia di far crescere qualcosa.

Un giorno mi ha fatto segno di sedermi e da quel momento siamo riusciti – nonostante parlasse solo criòl – a capirci, intenderci, parlarci, scambiarci reciprocamente sensazioni e stati d’animo. Diventare amici.

Mi diceva spesso che come lui anche io per la gente ero fou (matto) o forse, meglio, enkonpreyansib (difficile da capire), nwa (oscuro) ed io rispondevo sempre che, comunque, eravamo una supérb koup (splendida coppia); rideva del mio incomprensibile modo di parlare criòl ma ho guadagnato il suo più incondizionato rispetto il giorno in cui, prima di iniziare a montare il tetto, ho spaccato una bottiglia di vino sull’angolo della scuola per “inaugurarla”.

“Hai fatto un sakre jés (gesto sacro)” mi ha detto molto serio “ed ora io e te siamo veramente “yon bagay inik nan bouk la” (una cosa unica per il villaggio)”.

Assieme a lui ho capito ancora di più Haiti: la pazienza, la calma di fronte all’omnipresente imponderabile, la relatività del tempo ma non la rassegnazione. Con lui ho ho capito il sole, il vento, la pioggia. Con lui ho parlato con manman Lanati (la Madre terra). Con lui ho imparato a ascoltare il buio della notte ed a leggere il linguaggio delle nuvole. Ho conosciuto Tonneré, Shango, Legba, Erzulié, Ogou sino a quando egli stesso ha conosciuto Ghedé, la Loa della morte.

Quella mattina ho veramente perso un amico.

Gros vaud, 27 marzo 2012

                                                                                                    Maurizio Boganelli

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