Una mattina, attraversando la frontiera di Malpasse

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Sono passati poco più di quattro mesi dall’ultima volta che ho percorso questa strada ed è una sensazione mista di curiosità, ansia e allegria che mi accompagna mentre percorro la discesa che dal centro di Jimani mi porta alle sponde del lago Azuei ed alla frontiera di Malpasse.

Le acque fortemente salate del lago hanno continuato a crescere ed in questi mesi si sono mangiate almeno altri 200 metri di strada; una lunga e stretta striscia di terra riportata, così stretta che in alcuni punti non permette agli autotreni di scambiarsi, ti porta all’area della frontiera. Prima di giungere ad essa grandi piazzali ingombri di precarie bancarelle, vecchi rimorchi trasformati in magazzini e negozi, semplici assi sorrette da pietre a formare i banchi di un incredibile mercato in cui si vende di tutto: dalle uova esposte sotto il sole cocente, alla pasta, ai succhi di frutta, alle sedie, ai piatti di foam che ormai inquinano Haiti come una pestilenza, ai vini e liquori taroccati, ai detersivi, le scope, i televisori usati e mille e mille cianfrusaglie che dalla Repubblica dominicana vanno a rifornire ogni angolo di Haiti.

L’acqua del lago cresce più velocemente di quanto i camion riescano a gettare nuova terra ed il mercato è un alternarsi di laghi di acqua putrida e maleodorante in cui sguazzano compratori e venditori e isole di terra dove il vento, costante e teso, fa mulinare vortici di polvere, carta ed il fumo acre della spazzatura e della plastica bruciata un poco da per tutto. Dove finiscono i piazzali del mercato un semplice cancello in ferro segna il passaggi tra i due stati. Di qua, annoiati, appesi ai loro vecchi mitra M16 e stretti in mimetiche color terra i soldati dominicani del Corpo speciale di difesa della frontiera che con malagrazia controllano e, a volte, respingono brutalmente una continua massa di haitiani che cercano di varcare il cancello mischiandosi ad un flusso ininterrotto di macchine, vecchi trasporti collettivi, camioncini di ogni tipo e grandi autotreni che si incrociano attraverso un varco in cui ci si scambia per pochi centimetri. Di là i soldati peruviani del contingente ONU armati di tutto punto, in piedi, sciolti per il caldo sotto elmetti in kevlar e giubbotti antiproiettile o a bordo di blindati e fuoristrada bianchi a controllare, impotenti, un confine dove – tra risse, furti e rese dei conti dei narcotrafficanti – non passa settimana senza dover contare almeno un morto ammazzato.

Di nuovo un grande piazzale di terra, acqua e fango, stavolta ingombro di centinaia di autotreni (transitano dalla frontiera di Malpasse una media di trecento autotreni al giorno) fermi in attesa delle pratiche doganali haitiane che possono durare ore come giorni.

Ci vorrebbe il calamo di Dante per descrivere questo piazzale posto tra il cancello dominicano ed il cancello doganale haitiano: venditori di acqua e cibo, cambiavalute, giovanissime prostitute che scendono e salgono dalle cabine dei camion, vagabondi di ogni tipo, spacciatori ed una miriade di bambini disposti a farti qualsiasi piacere o commissione in cambio di “cinco peso”.

A volte non bastano due o tre ore per percorrere le poche centinaia di metri tra i due cancelli: i veicoli sono incastrati gli uni con gli altri cercando di trovare un varco inesistente o che si conquista – in una babele di urli e autisti che si sbracciano – un centimetro alla volta, in barba alla teoria dell’impenetrabilità dei corpi, talvolta con una ruota sulla terra e l’altra per metà oltre il bordo del lago. Gli unici che sembrano trovare sempre il modo di passare sono le centinaia di autisti di motorini che fanno la spola nella frontiera trasportando persone – mai meno di due alla volta – o impossibili carichi e che farebbero impallidire, per la loro capacità – o imprudenza – i nostri più abili centauri.

La dogana haitiana è oramai inutilizzabile, benché costruita dai genieri canadesi solo due anni fa, perché sommersa dall’acqua del lago che arriva a metà delle finestre; tutto il lavoro si svolge, ora, in container o all’aperto su semplici tavolini con fogli e carte che a volte, per una raffica più violenta dell’incessante vento, si perdono inseguite tra le ruote dei veicoli.

Quando finalmente si apre il cancello azzurro passare gli altri due controlli, il cancello della polizia e quello della migrazione di Haiti è ….. un gioco da ragazzi.

Attraverso l’ultimo varco e davanti a me si apre la pista di terra che sostituisce la vecchia strada ormai persa nelle acque azzurre del lago Azuei. Dodici chilometri di polvere, o fango, che si snodano dentro le acque del lago tra sobbalzi, buche ed un paesaggio che cambia ad ogni ansa passando da quello lunare delle cave di gesso a quello che sembra precipitarti direttamente nelle acque blu cobalto passando attraverso quello che chiamo “il porto dei pirati”: l’attracco dei contrabbandieri di carbone che sbarcano i sacchi pieni da piccole barche a vela con cui fanno la spola da una riva all’altra, in una zona dove l’unico colore che copre tutto, uomini, animali, pista è il nero.

Sono arrivato a Fond Parisienne, la strada comincia a salire perdendosi nelle brulle e desertiche colline che mi porteranno a Gros vaud.

Febbraio 2013

                                                                                           Maurizio Boganelli

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