Il mio cuore è rimasto ad Haiti

E’ una domenica fiorentina di agosto, calda, avvolta nel silenzio più assoluto e nel vuoto della settimana di Ferragosto; è proprio questo clima che si riflette sul mio sentire e mi porta a cercare di far conoscere cosa mi sento dentro.

Per caso, o perchè doveva succedere, mi è stato consigliato di leggere un libro dedicato ad Haiti scritto da Andrea Semplici  – l’isola lontana dal mare – sono bastate poche pagine per farmi ritrovare con il pensiero laggiù, in quell’isola disperata e capire che c’era chi, come me, ama quei luoghi.

Sono stata ad Haiti due volte come medico sul campo per conto della ONLUS “Una Scuola per Haiti”; la prima esperienza, due mesi dopo il terremoto del 2010, ha lasciato in me un profondo senso d’impotenza, rabbia, sconforto per non aver potuto fare di più, in una ambiente quasi spettrale, dove la disperazione, il fatalismo e la morte aleggiavano palpabili a contatto con quel popolo così annientato dagli eventi di anni, o meglio di secoli, di sottomissione, schiavitù e annullamento.

Ci sono tornata questo scorso mese di luglio perchè, nell’ambito del progetto di costruzione e gestione della scuola, si riteneva opportuno effettuare uno screening sulle reali condizioni di salute dei bambini in maniera tale da ottimizzare le terapie antiparissitarie, di sostegno e impantare l’embrione di un futuro piccolo centro medico pediatrico.

Tutto ciò fa parte della mia esperienza professionale, di grande soddisfazione peraltro, ma mi piacerebbe cercare, con le mie parole, di portare chi mi leggerà dentro alla realtà del paesaggio, ai colori, agli odori, ai profumi, al frastuono delle mille voci di chi si accalca alla frontiera per attraversarla, ai clacson impazziti, alle donne, agli uomini, ai bambini che popolano questa parte di mondo.

Lunedì mattina, da Jimani, in Repubblica Domicana, arriviamo presto alla frontiera con Haiti, prima che venga aperta alle 8,00; siamo la prima macchina, davanti a noi il varco di frontiera: un cancello chiuso con una catena ed un lucchetto, cancello contro il quale si accalca una folla incredibile di haitiani che aspettano di passare. Si, perchè oggi, come il giovedì, è giorno di mercato ed ognuno porta le sue misere cose da vendere. Il frastuono e la cacofonia sono inimmaginabile, al momento in cui i “CESFRONT”, i militari dominicani che controllano i confini, aprono uno spiraglio nel cancello e la fiumana umana comincia a riversarsi verso di noi, cessa di esistere il concetto di impenetrabilità dei corpi; sembra impossibile che nessuno rimanga travolto mentre tra la gente si fanno spazio, in maniera del tutto caotica incredibili motorini con due, tre, quattro passeggeri  a bordo che passano dove avrei giurato non sarebbe passato nemmeno un pedone: quando si apre completamente il cancello avviene lo stesso con le macchine, enormi camion soprannominati “patane” e le taptap, i loro autobus coloratissimi  ma assolutamente inaffidabili, vecchissimi, malridotti e stracarichi di uomini, donne, mercanzie, animali compresi.

Lentamente, a volte ci può volere anche più di un’ora per arrivare al cancello haitiano che dista forse 200 metri, cominciamo a muoverci salutati dai militari di frontiera che vedono passare il pick-up con il nostro logo sulle fiancate – chiamato affettuosamente  “ la jeeppetta“ – ormai ogni mattina da tre anni e lo stesso saluto ci segue lungo tutto il tragitto presidiato  dai Caschi Blu peruviani del contingente della MINUSTAH, la polizia dell’ONU,

Percorriamo la pista sterrata che costeggia il lago Azuei, un lago salato che si mangia quotidianamente buona parte della strada che viene costantemente ricostruita gettando rocce e terra strappati dai fianchi delle montagna che sovrasta pista e lago. Il lago è di un bellissimo colore celeste, il panorama mi avvolge con un senso di pace e non mi sembra lo stesso percorso che ho fatto due anni fa: oggi rasserena l’animo, allora era solo fonte di muto silenzio, devastazione e morte. Per assurdo lo stesso cielo e la  natura selvaggia non avevano …colore.

Credo che in assoluto la cosa che più mi ha commosso e che mi ha dato un profonda gioia interiore è stato l’arrivo al villaggio di Gros Vaud dove la scuola già costruita ed il blocco in costruzione svettano come simboli di vita. I bambini, come sempre, ci corrono incontro; sento il rumore dell’acqua che si raccoglie nel bacino costruito per essere poi potabilizzata e convogliata verso la scuola, chiudo gli occho con il sole che mi riscalda il viso,  le due bandiere al centro del piazzale – haitiana ed italiana – schioccano al vento. Ho la stessa sensazione di libertà e pace che posso solo paragonare a quella che ho provato stando in mare su una barca a vela.

Ho lavorato tanto, visitando circa 50 bambini al giorno, più qualche paziente dell’ultimo minuto, ma la collaborazione e l’organizzazione predisposte mi hanno permesso di farlo con tranquillità e rapidità, così da poter condividere con tutti  momenti importanti, costruttivi. Grande la soddisfazione personale nel constatare  le buone condizioni di salute dei bimbi della scuola già sottoposti a deparassitizzazione intestinale,  ben alimentati e abbastanza tonici. Quanta  differenza dell’emergenza di due anni prima.

Una menzione speciale la devo alla cuoca della scuola che ogni giorno cucinava per noi: cibi semplici ma buonossimi, fatti di ingredienti “poveri”, riso, mais, fagioli, aringhe affumicate, frutti dell’albero del pane, patate – una volta anche un poco di  pollo – con salse speziate molto profumate e piccanti che potrebbero diventare un modo diverso anche qui di alimentarsi e di cui non nego che sento la nostalgia.

          

La settimana è passata velocissima ed è già arrivato il momento di ripartire per l’Italia. Ho fatto il mio lavoro con una motivazione importante, fare qualcosa di utile, con la certezza che non resterò lontana da Haiti a lungo; il richiamo è troppo forte.

Credo che per provare certe sensazioni non bastino, purtroppo, racconti, fotografie, filmati: bisogna calarsi in questa realtà con tutti i suoi aspetti anche drammatici ma un sorriso, una canzone, una frase scritta per te valgono i disagi di una vita spartana, tanta polvere e stanchezza e la consapevolezza che a poca distanza c’è un mare meraviglioso dove potresti perderti nel blu ma che resta lontano dai tuoi desideri e dal tuo essere.

Quando l’aereo è decollato dall’aeroporto di S.Domingo mi sono scese le lacrime e mi ha attanagliato una grande malinconia pur sapendo che portavo con me la promessa fatta ad un bambino di sei anni con una grave  malformazione di riuscire a portarlo a Firenze per farlo operare. Anche se esistono mille difficolta burocratiche, economiche, organizzative, mon sarà certo questo che mi e ci faranno desistere.

Luglio 2012

                                                                                              Antonella Pastorini

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